mercoledì 15 aprile 2009
Perugia: "Ed è così che i giovani comunicatori della Sani 10 rimangono stupiti dall’ovetto metrò che li riporta in stazione"
“Che ne dici andiamo? Dai si perché no?” Si decide si parte, ma per andare dove? A fare cosa? Come al solito pieni di chissà quali speranze (che sono sempre quelle), tanta curiosità o semplicemente voglia di una domenica diversa, si parte; destinazione Perugia, Festival Internazionale del Giornalismo, che solo a pronunciarlo un po’ giornalista ci si sente davvero. Cavolo è il nostro festival, si celebra la nostra futura professione (eccesso di presunzione o le solite speranze di cui si parlava prima? Libera interpretazione), come non andarci?
Programma in mano, treno preso praticamente all’alba (di domenica alle 8.00 direi che è proprio alba), già le prime polemiche: “ ma il programma di ieri era più interessante. Ma la Maggioni c’è troppo tardi stasera”. Con la ferma convinzione che il precariato sia la nostra strada futura, con l’ottimismo in tasca ci inoltriamo nella città dei giovani.
Storia di sette comunicatori, storia di Angela, Andrea, Lorenzo, Gabriella, Antonella, Stefania e Simone.
Nella hall dell’hotel Brufani i primi tesserini penzolano dal collo di presunti giornalisti e non. Si parla di Giancarlo Siani, il giornalista de Il Mattino ucciso a Napoli il 23 settembre 1985 all’età di 26 anni. La terza edizione del premio giornalistico “Una storia ancora da raccontare” è dedicato proprio a Siani. Convegno dai toni importanti delle grandi occasioni, come non esserlo del resto, peccato che riusciamo ad accaparrarci solo gli ultimi minuti di dibattito e gli ultimi applausi. Sbirciatina alla sala stampa è d’obbligo. Sembriamo giovani studenti in gita scolastica, lo pensiamo un po’ tutti ma in fondo non ce lo diciamo, ormai siamo grandi.
Giacca di pelle, sigaretta tra indice e medio (come un vero giornalista direbbe a questo punto Lorenzo), quasi non lo notiamo: “Ma si è lui,non lo riconosci? Non vedi che è Toni Capuozzo?” In un angolo fuori dall’hotel qualcuno ha osato chiedergli una foto ricordo: “ Ma dai andiamo anche noi a fare la foto”. Idea un po’ adolescenziale, sarebbe stato meglio avere un curriculum a portata di mano, ci pensiamo un attimo su, no lasciamo perdere.
Tanto caldo, tanta fame. Il convegno “New Menu Italia: La rivoluzione che ha cambiato la tavola degli italiani” viene automaticamente boicottato a favore di un pranzetto a Corso Vannucci, sotto il sole, vino rosso e chiacchiere in abbondanza. Dopo le classiche centinaia di foto, stile un cinese a Roma, gelato e passeggiata si decide che forse è il caso di immergersi nuovamente nell’atmosfera professionale del festival.
Piazza IV Novembre, sala dei Notari, “Giornalismo Missionario oltre i grandi media” Una riflessione sull’importanza di un giornalismo alternativo che non trova spazio nelle pagine dei grandi quotidiani, o nei trenta minuti di un telegiornale,un modello di giornalismo, quello missionario, fuori dal coro dei mass media, ma che riesce a descrivere realtà lontane come l’Africa portandone alla luce lati oscuri e verità nascoste ma evidenti. Tra i relatori Renato Kizito Sesana, fondatore di New People Media Center di Nairobi ed Emil Blaser fondatore di Radio Veritas.
Ma è un altro il convegno che vogliamo seguire, che forse pensiamo possa parlare di noi, dei problemi e delle difficoltà d giovani aspiranti giornalisti, alle prese con la burocrazia, con porte troppo chiuse, senza spiragli o fessure dove poter infilare un piede una mano e poi casomai entrare piano piano. Alle prese con chi dal primo giorno di università ti dice lascia perdere, con chi incontri sul treno alle 8 del mattino e parla con disprezzo e ribrezzo di scienze della comunicazione, con chi ti dice : “prima era tutto diverso, ora è quasi impossibile trovare uno spazio nel mondo del giornalismo”. La carica dei giovani giornalisti. Chi sono, quanti anni hanno, cosa pensano del nostro paese e del loro mestiere i ventenni del giornalismo italiano? Appuntamento imperdibile, entusiasmo a mille, ragazzi ce la possiamo fare, ovviamente preferire la Bocconi alla Sapienza, la scuola di giornalismo radiotelevisivo della Rai alla specialistica in editoria e scegliere come relatore Santoro (ad Annozero vogliono i giovani). Morale della favola: volete fare i giornalisti? Conoscere la persona giusta al momento giusto. E fin qui ci eravamo più o meno arrivati quasi tutti. Ma noi romantici e utopici sognatori di un mondo migliore suggeriamo di provarci lo stesso, noi lo faremo (almeno così eravamo rimasti d’accordo vero?). Una giornata dall’atmosfera particolare, spensierata ma forse prevedibile.
Ed è così che i giovani comunicatori della Sani 10 rimangono stupiti dall’ovetto – metrò che li riporta in stazione.
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Tra le dolci colline sabine, un bel giorno, nasce lei, Angela. Appena uscita dal ventre materno, nel tentativo di scoprire dove sia sbucata, incalza i dottori con una serie di domande: non riuscendo a trovare le 5W, si incazza, chiedendosi dove diavolo sia finita la notizia. Nella culla Angela si fa installare un fax: non si sa mai che arrivi un comunicato stampa interessante. A 1 anno la prima breve, a 3 il primo articolo, a 6 anni è editorialista del New York Times, ma viene rispedita a casa quando scoprono che tra i suoi sogni c'è quello di iscriversi a Scienze della Comunicazione. Coronato il suo sogno di aspirante comunicatrice, inizia, con una testata locale, una collaborazione ricca di soddisfazioni: non la pagano da due anni. All'università Angela è bravissima, i professori la adorano. Ha solo un difetto: non ditele di portare il lettore sulla scena del fatto. Potrebbe essere pericoloso. Per voi.
“E adesso??” furono le prime amorevoli parole della mamma quando il piccolo Andrea venne alla luce, nell’oscuro antro di una gondola, in una calda e afosa notte di agosto. Cullato dalla laguna, Andrea crebbe in fretta. A 12 anni, come tutti i primogeniti delle tribù veneziane, fu iniziato. Per 3 giorni fu lasciato solo, a piazza San Marco, in mezzo a stormi di piccioni famelici e orde di giapponesi armati fino ai denti. Seguendo le orme del padre, come da tradizione, ottenne la licenza da gondoliere. Soldi, fama, donne e pantegane scorrevano a fiumi, ma una profonda inquietudine gli lacerava l’animo. Raggiunta la maggiore età abbandonò la famiglia e si mise alla guida di un gruppo di rivoluzionari di Porto Marghera. Con i nuovi compagni, tentò un golpe per restaurare la Serenissima Repubblica che fallì dopo l’epica battaglia di Rialto, nella quale Andrea e 300 dei suoi, issato il vessillo del doge sul ponte, lo difesero per ore accerchiati dalle armate di mercenari assunte con contratto a progetto dal Comune. Salvatosi per miracolo, fuggì a Roma dove, si dice, siano già a decine i seguaci pronti a seguirlo nel suo sogno rivoluzionario.
Totti. Di nome. Volevano chiamarlo cosi il loro pargoletto. I genitori del piccolo Davide avevano le idee chiare. "Sarà er capitano daa maggica" dicevano in giro. La manifesta lazialità del nonno materno però, li fece desistere. Come Achille nell'infernale stige, anche Davide fu immerso, appena nato, nelle bionde acque del tevere. Per i capelli. Le imprecazioni del tenero lupacchiotto furono udite nel raggio di chilometri. A 5 anni diede i primi calci ad un pallone. A 6 il primo cucchiaio. Quello della zuppa di barbabietole rosse, che adorava. Da ragazzo, con gli amici del quartiere, si dava da fare per far su qualche soldo. Mascella prominente e sguardo truce, bazzicava attorno al Colosseo, mettendosi in posa per i turisti. Spesso dimenticava il gonnellino d'ordinanza a casa, esibendo con noncuranza le pudenda. Fu denunciato. Mancanza di segnaletica per carichi sporgenti, raccontano alcune ragazze del luogo. Dopo alcuni anni passati a tagliare porchetta in una bettola di Trastevere, decide di prendere casa. Alla Boccea, per un suo vecchio cruccio. Ultimamente, lo si intravede alla Sani. Occhio al suo sguardo, è magnetico.
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