
Sicuramente c’è una crisi di sistema dovuta all’evoluzione del mondo e questo risulta evidente dal fatto che il tempo della notizia oggi è il tempo reale. L’editoria cartacea si muove su un piano quotidiano/settimanale e questo non è più il tempo d’azione della notizia ma è il tempo di approfondimento e di selezione. Il giornale torna ad essere uno strumento non per dare notizie, ma per penetrare la complessità di eventi e di fenomeni che i lettori già conoscono. Questa è la vera rivoluzione rispetto a 30/40 anni fa. Ciò fa si che coloro che sono interessati ad accedere alla complessità siano quella parte dei cittadini che partecipano direttamente o indirettamente alla vita decisionale della società, cioè la classe dirigente e la parte di società che aspira ad essere classe dirigente. Questo è il dato strutturale che regola il rapporto tra editoria cartacea e lettore; c’è poi un aspetto legato al fatto che i giovani 18 - 34 anni compresi i miei studenti d’altronde non leggono più i giornali e preferiscono accedere all’informazione attraverso internet. Per quanto riguarda gli editori impuri, in realtà credo che il vero problema della nostra editoria sia quello dell’omologazione culturale dei prodotti: stessa selezione delle notizie, stessa gerarchia, stessa titolazione, interpretazione degli eventi ed eccessivo spazio data alla politica nei nostri quotidiani. Questo è solo l’effetto dell’editore impuro che vuole fare affari con la politica? Beh, io non credo, sarebbe troppo riduttivo. Sicuramente la componente editoriale italiana ha forti interessi con il mondo politico, ma questo accade anche in altre democrazie con elementi di garanzia più evidenti dei nostri, ma i condizionamenti ci sono e spesso anche ben visibili. Il problema italiano è culturale e la cultura professionale del giornalismo italiano è fortemente condizionata dalla cultura del Palazzo, ed è influenzata da quella che io chiamo la “prevalenza del politico” cioè la tendenza a ridurre la cultura civile alla categoria della politica con una predominanza politica nell’offerta informativa. Questa è una formula che non tiene conto delle istanze della società italiana che con il tempo si è modificata e che non ha questa prevalenza politica nella domanda d’informazione.
Philip Meyer nella sua opera The Vanishing Newspaper sostiene che nel 2040 assisteremo alla morte del quotidiano cartaceo: lei crede a questa ipotesi o pensa che il giornale troverà in se stesso la forza per sopravvivere continuando ad accompagnarci nella nostra vita così come negli ultimi 300 anni?
Effettivamente c’è anche Jacques Attali il quale afferma, nel suo libro “Breve storia del futuro” che quando saremo in possesso di quegli oggetti polifunzionali e nomadi ben superiori all’attuale iphone, con cui vedremo la tv, ascolteremo la radio, potranno fungere da carta di credito, mazzo di chiavi ecc, allora leggeremo il giornale anche attraverso questi oggetti. Bisogna vedere cosà accadrà quando ci saranno queste possibilità. Sono tre le ipotesi: o il giornalismo cartaceo dovrà trasmodare dentro l’on-line con un modello diverso da quello attuale (però ci chiediamo se le grandi interviste , le inchieste , gli approfondimenti funzioneranno su internet), o si estinguerà o continuerà ad esistere. Io credo che continuerà ad esistere anche se in una prospettiva più marginale come strumento di secondo livello di formazione della classe dirigente, mentre il grosso dell’informazione finirà su internet.
E’ di questi giorni la notizia del declassamento dell’Italia a paese con semi-libertà d’informazione secondo il rapporto dell’House of Freedom, società americana che si occupa di stilare annualmente una rapporto sullo stato di salute della libertà di stampa nei paesi mondiali. Qual è la sua idea su questo?
Io credo che questa sia una lettura ideologica in quanto, per mia esperienza, non vedo la democrazia italiana in discussione, in pericolo o minacciata dall’esterno dalla concentrazione dei poteri. Penso l’esatto contrario: nel nostro paese la libertà è minacciata dalla fragilità culturale, dalla mancanza di modelli culturali a cui tendere. Noi siamo passati da una società ideologizzata ma provvista di grandi visoni della realtà, penso al peso dell’ideologia comunista, o le grandi visioni cattoliche che anno animato tutto il Novecento, ad una società deideologizzata nella quale alla caduta di questi modelli non se ne sono sostituiti altri adatti al nostro tempo. Questa fragilità culturale si riflette sulla capacità di lettura dei giornali e va a condizionare il mercato […]. Ecco perché la nostra libertà di stampa è intaccata da dentro, dalla cultura civile del paese, non dal potere dell’editore impuro o dal politico di turno, che pure giocano il loro ruolo, ma per il solo fatto che noi siamo deboli [...]. La libertà di stampa fragile è l’effetto di un conformismo e di una debolezza culturale del paese e se i centri del sapere tornassero a produrre conoscenza anche l’atteggiamento della stampa cambierebbe di conseguenza. Processi questi piuttosto lenti non risolvibili con un cambio di legislatura.
Torniamo a parlare di crisi: quale sono le iniziative che Il Messaggero ha approntato per cercare di contrastare le difficoltà economiche di questo periodo e mantenere il ruolo di giornale leader della capitale?
Mah, fortunatamente la crisi ci ha avvantaggiato per quanto riguarda il radicamento del nostro giornale in quanto altri quotidiani che hanno un’identità culturale più debole la soffrono di più, mentre noi siamo riusciti a difendere il nostro posizionamento sul mercato probabilmente perché il cittadino romano si riconosce nei modelli proposti dal giornale. Siamo anche noi interessati dai processi di crisi ma questa empatia e questa identità ci hanno protetto e siamo un giornale che non perde per ora. Questa è la prova di ciò che sostenevo prima: i quotidiani che vengono percepiti come una chiave di accesso alla complessità riescono a contrastare le difficoltà della crisi e questo fa la differenza tra un giornale con un anima e uno senza.
Ora per concludere le volevo fare una domanda di carattere più personale: ha un progetto , un sogno per il Messaggero del futuro, che possa favorire ulteriormente questo radicamento con i vostri lettori?
Per rispondere a questa domanda posso fare un parallelo letterario, penso al romanzo storico manzoniano che porta sulla scena della storia gli umili : io credo che oggi il giornalismo abbia questo compito, di portare sulla scena dell’informazione i cittadini, la gente. Quindi tutto può essere raccontato dentro la dimensione esistenziale degli stessi lettori, in questo modo il giornale diventa specchio della realtà e consente ai lettori di capire cosa cambia. Mi spiego: la crisi non la si racconta soltanto con gli indici del PIL o della produzione industriale o con tutte le opinioni degli economisti, la crisi si racconta anche per come si modifica la realtà quotidiana, con gente che perde il lavoro, giovani precari che vedono modificarsi i loro sogni ed i loro futuro, raccontando anche chi il lavoro l’ha cambiato e con la crisi ha fatto soldi o con la storia degli immigrati che vedono vacillare il loro processo d’integrazione. Quello che io auspico è che nella rappresentazione dei fenomeni il giornalismo tenga sempre più conto delle ricadute esistenziali che i fenomeni stessi hanno su una popolazione. Spesso la realtà cambia con i numeri, ma spesso il giornalismo riesce a cogliere questo cambiamento dentro un universo personale: questa è una prospettiva se vogliamo più stimolante perché ha una sorta di funzione insieme letteraria civile ed intellettuale che mi pare la parte più nobile della nostra professione. Questo è il sogno in sostanza.
Tra le dolci colline sabine, un bel giorno, nasce lei, Angela. Appena uscita dal ventre materno, nel tentativo di scoprire dove sia sbucata, incalza i dottori con una serie di domande: non riuscendo a trovare le 5W, si incazza, chiedendosi dove diavolo sia finita la notizia. Nella culla Angela si fa installare un fax: non si sa mai che arrivi un comunicato stampa interessante. A 1 anno la prima breve, a 3 il primo articolo, a 6 anni è editorialista del New York Times, ma viene rispedita a casa quando scoprono che tra i suoi sogni c'è quello di iscriversi a Scienze della Comunicazione. Coronato il suo sogno di aspirante comunicatrice, inizia, con una testata locale, una collaborazione ricca di soddisfazioni: non la pagano da due anni. All'università Angela è bravissima, i professori la adorano. Ha solo un difetto: non ditele di portare il lettore sulla scena del fatto. Potrebbe essere pericoloso. Per voi.
“E adesso??” furono le prime amorevoli parole della mamma quando il piccolo Andrea venne alla luce, nell’oscuro antro di una gondola, in una calda e afosa notte di agosto. Cullato dalla laguna, Andrea crebbe in fretta. A 12 anni, come tutti i primogeniti delle tribù veneziane, fu iniziato. Per 3 giorni fu lasciato solo, a piazza San Marco, in mezzo a stormi di piccioni famelici e orde di giapponesi armati fino ai denti. Seguendo le orme del padre, come da tradizione, ottenne la licenza da gondoliere. Soldi, fama, donne e pantegane scorrevano a fiumi, ma una profonda inquietudine gli lacerava l’animo. Raggiunta la maggiore età abbandonò la famiglia e si mise alla guida di un gruppo di rivoluzionari di Porto Marghera. Con i nuovi compagni, tentò un golpe per restaurare la Serenissima Repubblica che fallì dopo l’epica battaglia di Rialto, nella quale Andrea e 300 dei suoi, issato il vessillo del doge sul ponte, lo difesero per ore accerchiati dalle armate di mercenari assunte con contratto a progetto dal Comune. Salvatosi per miracolo, fuggì a Roma dove, si dice, siano già a decine i seguaci pronti a seguirlo nel suo sogno rivoluzionario.
Totti. Di nome. Volevano chiamarlo cosi il loro pargoletto. I genitori del piccolo Davide avevano le idee chiare. "Sarà er capitano daa maggica" dicevano in giro. La manifesta lazialità del nonno materno però, li fece desistere. Come Achille nell'infernale stige, anche Davide fu immerso, appena nato, nelle bionde acque del tevere. Per i capelli. Le imprecazioni del tenero lupacchiotto furono udite nel raggio di chilometri. A 5 anni diede i primi calci ad un pallone. A 6 il primo cucchiaio. Quello della zuppa di barbabietole rosse, che adorava. Da ragazzo, con gli amici del quartiere, si dava da fare per far su qualche soldo. Mascella prominente e sguardo truce, bazzicava attorno al Colosseo, mettendosi in posa per i turisti. Spesso dimenticava il gonnellino d'ordinanza a casa, esibendo con noncuranza le pudenda. Fu denunciato. Mancanza di segnaletica per carichi sporgenti, raccontano alcune ragazze del luogo. Dopo alcuni anni passati a tagliare porchetta in una bettola di Trastevere, decide di prendere casa. Alla Boccea, per un suo vecchio cruccio. Ultimamente, lo si intravede alla Sani. Occhio al suo sguardo, è magnetico.
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